CARLO GIUFFRE’ IN TOUR CON “LA LISTA DI SCHINDLER”

Servizio di  Maddalena  Caccavale Menza

Carlo Giuffrè  in tour per l’Italia con “La lista di Schindler” dopo il debutto al Piccolo Eliseo di Roma.

Per la prima volta alle prese con un genere nuovo di spettacolo, un evento in cui si sta cimentando con il figlio Francesco, regista e adattatore del testo insieme a Ivan Russo.

“La Lista di Schindler” è ispirato alla vita del grande nazista che salvò la vita a oltre 1200 ebrei e che viene annoverato tra i giusti riposando ora nel cimitero cattolico sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme.

 

Giuffrè, come è nata l’idea dello spettacolo?   

“Ricordo che parlavo con il produttore col quale lavoro da 32 anni (Gianpiero Mirra n.d.r.) e mi elencava vari titoli: Francesca da Rimini, che abbiamo fatto per tanti anni, qualcosa di Curcio, qualcosa di Scarpetta e c’era anche il titolo della Lista di Schindler, che aveva suggerito mio figlio Francesco, che non era solo uno spettacolo ma poteva essere un evento. Quindi io lo ringrazio per questa meravigliosa commedia. ”Sono un uomo stanco, malato, alla fine dei suoi giorni”. Questa è la mia presentazione. E’ una battuta della commedia, naturalmente, quando un attore mi dice che hanno bisogno di me, della mia collaborazione. Come, lei ha bisogno di me, di un uomo vecchio malato, alla fine dei suoi giorni? In effetti, sono stanco, malato non lo sono, non ancora. Stanco: ho superato la barriera del tempo.  Dopo tutto il teatro che ho fatto, sono stato al Teatro Eliseo tantissimo, forse più di Paolo Stoppa con tutta la compagnia e anche più di Eduardo, mi sento in una nuova dimensione. Sono stato trascinato da questo personaggio che ha tolto di mezzo ciò che avevo fatto prima. Adesso lo dico perché ormai è fatta. E’ faticoso, è diverso! Mio figlio Francesco, regista e adattatore insieme ad Ivan Russo del testo, ha fatto delle cose meravigliose. Lo spettacolo sicuramente è molto dinamico, molto aperto, non ci si stanca mai di guardarlo perché, tra un dialogo e l’altro, c’è dentro una scena (l’arrivo degli ebrei. Quando picchiano gli ebrei, la donna che va alla doccia e muore col gas).  Tutto questo tiene in continua tensione. E’ uno spettacolo che il pubblico deve  vedere. Ringrazio mio figlio, il produttore e un applauso a Enrico Lucherini che fa  l’ufficio stampa.”

 

Perché un personaggio come Oskar Schindler?

“La scelta è avvenuta perché è un personaggio che si oppone a qualcosa. La differenza è che lui era nazista e quindi sembra paradossale che abbia potuto salvare gli ebrei. Lo spettacolo nasce perché Schindler viene chiamato nel 1974, ormai anziano, da un giornalista che, dopo trent’anni, vuole riportare in vita il Quarto Reich e, per farlo, ha bisogno proprio di OsKar Schindler, per capire come un nazista come lui abbia potuto essere il salvatore degli ebrei. Perché l’ha fatto? ”Chi salva la vita di un solo uomo salva tutto il mondo”- Questa frase, detta dal suo contabile a Schindler - forse è la risposta. La lista di Schindler non è solo uno spettacolo ma un evento. Inoltre è una sorta  di viaggio della memoria, dove s’incontrano tre persone per lui molto significative: il contabile con cui ha redatto la lista, il comandante del campo di lavoro e la mogIie Emile che lo accompagnerà per tutta la vita.”

 

Chi era Oskar Schindler?

“Non era un santo, non era un uomo buono. Non so neanche quanta consapevolezza avesse della sua azione. E’ stato un eroe assolutamente umano, un  uomo. Nella  sua biografia si legge che “Schindler era  un grande bevitore, un donnaiolo incallito che mai si preoccupò della felicità di sua moglie Emile, un uomo d’affari che amava i piaceri del lusso, lungi  dall’agiografismo che potrebbe caratterizzarne la biografia. Non è rintracciato nella sua infanzia un particolare filantropismo, ne’ un momento d’illuminazione e di divina bontà”.

Non è mica buono, all’inizio Schindler, poi, quando vede i suoi compatrioti che si comportano in quel modo, inizia a commuoversi, comincia a cambiare idea.  

In effetti, c’è una battuta che dice: “Ho visto un soldato strappare dalle braccia di una madre un bambino di due- tre anni, sbatterlo al muro e poi sparare alla madre che si disperava”. Quando lui comincia a vedere queste cose – lo dice alla fine- lascia la  vita di prima e diventa un altro, perché vede queste follie. Questo è Schindler! Quando dice che ha fatto soltanto quello che avrebbe fatto qualsiasi altro uomo con un po’ d’umanità. Nasce dall’umanità. E’ umano. Gli altri no. Gli altri ammazzavano, picchiavano ed erano indifferenti. Nello spettacolo tutti bravissimi gli attori.”

    

La domanda  credo sia classica. Come vi siete rapportati al film omonimo famosissimo, Schindler’s list di Steven Spielberg?

“Non abbiamo  scelto di rievocare la storia del film. Infatti è stato  usato un pretesto narrativo, quello di un giornalista che vuole riportare in auge il Quarto Reich e quindi vuole capire. Soprattutto per un fatto di età, era più interessante raccontare qualcosa che non si conosce, di quest’uomo, di questo ragazzo. Del resto, Schindler non è stato premiato dalla vita. E’ stato premiato in altro modo con delle onorificenze. Ma il resto della sua vita “normale” è trascorso tra mille difficoltà. Non è più riuscito a intraprendere un’attività imprenditoriale né in Argentina,  dove si era trasferito, né in Germania dove era ritornato dopo dieci anni.”   

 

Vorrei che si soffermasse maggiormente su un punto che ha già accennato.  Questa è stata la prima volta che si è distaccato da un certo tipo di  teatro che ha rappresentato la sua vita. Com’è stato, dopo oltre sessant’anni, il lavoro sul personaggio ?

“E’ diverso, è un teatro difficile  anche perché la mia età è cambiata. Ora ho 86 anni e quindi molte cose mi arrivano meno, anche la memoria non è più quella di una volta quindi ho faticato molto. Leggo il copione tutte le notti, mentre sto a letto, ce l’ho vicino, accendo la luce, leggo la battuta che mi è mancata, poi la leggo e la rileggo. E’  una fatica enorme a quest’età, perché ero abituato a un altro  tipo di rappresentazione,  dove addirittura facevamo i lazzi, facevamo le rappresentazioni di altro genere. Mio fratello ed io e gli altri attori della compagnia abbiamo rimesso in piedi delle commedie dove il 50%  derivava unicamente dall’improvvisazione. Così nascevano allora le famose farse, che erano dei drammi. La gente crede siano una cosa facile ma non è così. Erano  delle farse che nascevano dalla fame, dalla miseria, dalla tristezza, erano dei drammi che gli attori della Commedia dell’Arte, poi,  arricchivano con la battuta comica ma venivano sempre da cose drammatiche, non erano mai allegre. Si rideva  con dolore!”

 

Che cos’è per lei la comicità, chi è il comico?

“Per me i grandi comici sono Buster Keaton, Petrolini, Eduardo, quelli che soffrono. Sì,  c’è anche chi dice la barzelletta alla Bramieri, con tutto che è stato un mio amico, ma ciò non mi piace. E’ una comicità dolente e questo io ho fatto per sessantaquattro anni, da quando sono approdato sulla scena. Adesso invece è una comicità diversa, si soffre in un altro modo perché gli ebrei sono stati derisi, umiliati e porto sulla scena un personaggio che è stato semplicemente un uomo, ha saputo contrastare la follia e l’assurdità di quegli anni con un po’ d’umanità.

Venite a vedere lo spettacolo perché vi conviene, non per me, per gli altri.

Ma mi scusi, lei scrive per un giornale napoletano, Teatrocult, sono contento, ma in che zona si trova?”

 

Proprio al centro di Napoli, a via Nilo,  vicino Piazza del Gesù, speriamo ci venga a trovare.

“Sarà un piacere”.
 
 
16 aprile 2014
 
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